logo
Il pifferaio magico

Il pifferaio magico

Un topo! Un topo vivo, grasso e nero, pieno di pulci, trascinava la sua lunga coda sul burro e annusava i formaggi. Prima un topo, poi due, poi dieci, poi venti: un'invasione di topi.
 Da principio, solo in qualche casa di Hamelin c'eran dei topi: poi tutte le case furono infestate da centinaia di topi. E ogni giorno ce n'erano di più. Prima un centinaio, e poi un migliaio, e poi decine di migliaia e infine... un milione di topi!
 Gli abitanti di Hamelin provarono tutti i mezzi per liberarsi da quella piaga. Li presero a bastonate, gli tirarono addosso secchi d'acqua, prepararono trappole con pezzi di formaggio avvelenato. Ma per ogni dieci topi morti sembrava che ne spuntassero altri venti. All'inizio era la gente a cacciare i topi dalle case, ma poi furono i topi a cacciare gli abitanti dalle loro case, finché tutti si radunarono sulla piazza principale della città di fronte al Municipio.
 «Liberateci dai topi!» urlavano al Sindaco. «Liberateci dai topi!»
 Il Sindaco uscì dalla sua grande casa scrollando un topaccio nero dalla sua veste. «Che cosa fate tutti qui? Presto, circolare, circolare!»
 «Che cosa state facendo contro i topi, eh?» chiesero.
 «Hem, io, ecco... ci sto pensando», rispose il Sindaco.
 «Non basta» vociò la gente.
 «Liberateci dai topi o noi ci libereremo di voi!»
 A un tratto, si udì una voce chiara sovrastare tutto quel vocio. Fece tacere tutti, perfino il Sindaco. «Io vi libererò dai topi.»
 La folla si divise. Uno straniero venne avanti fino a dov'era il Sindaco: alto, magro, con un portamento eretto, vestito con degli strani abiti colorati.
 Il suo giubetto era di un verde smagliante, guarnito di borchie e fermagli e ricamato d'oro. Indossava un vestito di un bellissimo rosso ciliegia, come la lunga penna che pendeva dal nastro del suo cappello.
 Le calze erano arancioni, a righe verde smeraldo. Aveva occhi penetranti di un giallo felino e due lunghi baffi che gli pendevano dal labbro superiore come code di topo.
 «Tu ci puoi liberare dai topi?» chiese qualcuno tra la folla.
 «Sì, posso. Se glielo dico io se ne andranno e non torneranno mai più.»
 «E allora forza, straniero! Datti da fare!» ordinò il Sindaco.
 «Voglio essere pagato», sibilò lo straniero tra i denti. «Uno scellino per topo.» La notizia fece il giro della folla. «Uno scellino per topo! Vuole uno scellino per topo!» sussurravano.
 «Uno scellino a testa?» strillò il Sindaco. «Credi forse che noi siamo fatti di soldi? Ma lo sai quanti topi ci sono ad Hamelin?»
 «Ho fatto un conto approssimativo» rispose lo straniero. «Saranno un milione.»
 «Ci devi dare un po' di tempo», ribatté il Sindaco, «Devo consultarmi con la giunta comunale. È una quantità enorme di denaro.»
 «E anche la quantità di topi è enorme» disse lo straniero abbozzando un sorriso.
 «La giunta vorrà sapere con chi abbiamo a che fare. Che nome devo dire loro?»
 «Mi chiamo il Pifferaio» rispose lo straniero. «Avete tempo fino al tramonto per decidere. Aspetterò qui fino allora.»
 E si sedette sull'orlo della fontana della piazza. Aprì una bisaccia di cuoio e tirò fuori un flauto d'ottone. E rimase seduto là lustrando il flauto con un pezzo di stoffa, mentre il sole compiva il suo percorso nel cielo. Il Sindaco si affrettò a riunire tutti i suoi collaboratori.
 «C'è un uomo là fuori che dice che può liberarci dai topi. In realtà assomiglia lui stesso a un topo. Ha degli occhi strani.»
 «Cosa vuole in cambio?» chiesero i consiglieri. «Possiamo permetterci la spesa?»
 «Vuole uno scellino per topo.»
 «Uno scellino per topo! Che prezzo! Dovremo aumentare le tasse, e questo non piacerà alla gente. Odiano i topi ma odiano ancor di più separarsi dal loro denaro!»
 «Chi ha parlato di pagare?» sghignazzò il Sindaco. «Facciamo finta di acconsentire alle sue richieste e lasciamogli portar via tutti i topi. Quando ci avrà liberati e chiederà la ricompensa, lo scacceremo senza un soldo.»
 «Questa sì che è una pensata!» esclamò il vice-sindaco. «Che piano! Ora capisco perché ti hanno fatto Sindaco!»
 Il Pifferaio stava ancora seduto sul bordo della fontana, quando il Sindaco uscì dal Municipio.
 «Ebbene? Avete preso una decisione?»
 «Sì, certamente, giovanotto. Pagheremo volentieri uno scellino per topo se ce ne liberi per sempre. Hai la nostra parola. Quando puoi cominciare?»
 «Lo farò stanotte», disse il Pifferaio. «Dite a tutti di non uscire di casa.»
 Il Sindaco fece un largo sorriso, si avvolse nella veste e tornò dignitosamente, come si conviene a un Sindaco, nella sua casa.
 I suoi cinque figli gli vennero incontro in lacrime: «I topi si sono mangiati il nostro pranzo e hanno morsicato il piccolino. Papà, fai qualcosa, per favore!»
 «Non temete, bambini» rispose. «Domani non ci sarà più un topo in tutta Hamelin e potrete dormire tranquillamente nei vostri letti. Eleggere un Sindaco come me, è stata la cosa migliore che questa città potesse fare.»
 Quando il sole tramontò e la gente di Hamelin si fu ritirata nelle case infestate di topi, una figura solitaria fece la sua apparizione sulla piazza principale. Il Pifferaio, con il suo flauto d'ottone in mano, se ne stava là in piedi, fissando la luna nascente. Si accostò il flauto alle labbra e cominciò a suonare una melodia triste e ossessiva, un motivo che i cittadini di Hamelin, che ascoltavano dietro le loro finestr, non avevano mai sentito.
 Che musica usciva da quel piccolo flauto! Fluttuava per la piazza, si insinuava in ogni vicolo, trovava eco nei portoni, giungeva perfino sui tetti più remoti. Nessuno in Hamelin poteva evitare di ascoltarla. Nemmeno i topi.
 Qualcosa si mosse nell'oscurità. Era un topone grasso e nero che seduto sulle zampette, con la testa piegata da un lato, ascoltava. L'oscurità pullulava di topi.
 Il pifferaio suonava e suonava... Sembrava che non prendesse neppure fiato. Si fece strada nel mare di topi, che si divisero per lasciarlo passare, e si incamminò in direzione delle porte della città.
 E i topi in processione dietro di lui, attirati dalla musica più di quanto non lo sarebbero stati dall'odore del cibo.
 La città di Hamelin, come si sa, è in prossimità del Fiume Weser. Quando il Pifferaio arrivò vicino all'acqua, smise di suonare e si fermò. Anche i topi si fermarono e un milione di musi lo osservavano attenti.
 «Saltate» gridò il Pifferaio.
 Tutti i topi intorno a lui si gettarono nel fiume, nemmeno uno rifiutò, nemmeno uno esitò.
 L'uno dietro l'altro, si gettarono a capofitto nel fiume ghiacciato e scomparvero. Ultimo della fila veniva il topo più grosso di tutti, il milionesimo. Gonfio di formaggio rubato, si muoveva lentamente e arrivò a fatica sull'orlo del fiume. Il Pifferaio gli dette un calcio sulla groppa nera e lo fece piombare nel fiume, dove affondò come una pietra.
 Quando il Pifferaio fu di ritorno ad Hamelin era notte fonda. Ma egli bussò rumorosamente alla porta del Sindaco.
 Poco lontano un cane abbaiò; alcuni si agitarono nei loro letti. Per la prima notte in molti mesi, la gente stava dormendo indisturbata. Il Pifferaio bussò di nuovo... e alla fine apparve il Sindaco in camicia da notte.
 «I topi se ne sono andati», disse il Pifferaio. «Mi dovete un milione di scellini.»
 «...Andati? Un milione di topi? Beh, dov'è la prova? Dove sono?»
 «Voi volevate che se ne andassero da Hamelin! I topi sono tutti affogati nel fiume e io esigo il pagamento di uno scellino per topo.»
 «Stupidaggini. Non pagherò certo per dei topi affogati nel fiume. Eravamo rimasti d'accordo di pagare uno scellino per topo, e tu non mi hai portato nemmeno un topo. E ora vattene!» Cercò di sbattergli la porta in faccia, ma gli irati occhi gialli del Pifferaio lo spaventarono. «Togli il piede dalla porta e ti darò cento scellini, tanto per rimanere amici. Va bene?»
 «Ti puoi tenere i tuoi cento scellini», disse il Pifferaio mostrando i suoi piccoli denti aguzzi. «Troverò io la maniera di far pagare i miei servigi a te e alla tua città.» Si girò e se ne andò.
 Quando si fu allontanato, il Sindaco tirò un respiro di sollievo e poi andò a buttar giù dal letto il figlio maggiore. «Corri alla casa del vice-sindaco e digli di organizzare una festa in municipio per domani a mezzogiorno.
 Vino e cibo gratis per tutti, ad Hamelin.»
 «Anche i bambini possono venire, papà?»
 «No di sicuro. Credi forse che la città sia fatta di soldi? I ragazzi rimarranno a casa e si comporteranno bene. Ora sbrigati.»
 E che festa fu! Ci furono brindisi a non finire per il Sindaco.
 Dopo essersi guardato attorno per esser sicuro che quello straniero alto e sinistro non fosse tornato, salì su un tavolo e fece un discorso.
 «Finalmente e per concludere», disse «ho mandato via lo straniero senza dargli una sola moneta di rame. In breve, vi ho salvato dai topi senza pagare un centesimo.»
 Nella piazza deserta del paese, vicino alla fontana, sedeva l'unico adulto che non era stato invitato alla festa: il Pifferaio, che stava nuovamente lustrando il suo piffero.
 Accostò il flauto alle labbra e cominciò a suonare. Non era il motivo triste e ossessivo della notte precedente, ma un'allegra musica fatta per danzare. E che melodia usciva da quel piccolo flauto! Fluttuava per la piazza, si insinuava in ogni vicolo, trovava eco nei portoni, giungeva perfino sui tetti più remoti. Quelli che erano in Municipio non la udirono, naturalmente: il rumore della festa era così forte che soffocava il motivo del Pifferaio. Ma i ragazzi la udirono. Il primo fu un bambino che corse nella piazza e rimase incantato a guardare il Pifferaio. Poi ne arrivò un altro, facendo le capriole. Poi un altro e un altro ancora. Alcuni danzavano, altri saltellavano, altri ancora ballavano, o saltavano con un piede solo sulle pietre del selciato. Dopo un po', tutti i bambini di Hamelin stavano giocando in piazza. Il Pifferaio si alzò e cominciò ad avviarsi verso le porte della città. E un mare di ragazzi lo seguì. Alcuni corsero a casa a prendere anche i fratellini e le sorelline più piccole. Mentre camminavano, cantavano e intanto si avviavano verso il fiume. E nessuno era stanco quando traversarono il ponte sul fiume e si arrampicarono sui fianchi della montagna purpurea.
 Nel pomeriggio dopo la festa, i grandi tornarono a casa. Piano piano, uno per volta, i genitori si resero conto che i loro bambini non c'erano.
 «Il sindaco ha cinque figli. Lui deve sapere dove sono andati.»
 «È vero! Chiediamolo al Sindaco! Il Sindaco ha una risposta per tutto!»
 Lo trovarono seduto sui gradini di casa che piangeva la scomparsa dei suoi cinque figli. «Ah, se avessi mantenuto la promessa!» andava ripetendo. «Ah, se avessi mantenuto la mia parola!» Teneva stretto nel pugno il biglietto che aveva trovato poco prima attaccato alla porta di casa. C'era scirtto "Per avere eliminato un milione di topi, 253 bambini di Hamelin. Pagamento effettuato".
 Era firmato: "Il Pifferaio".
 Mentre il Sindaco consegnava le insegne del suo mandato all'infelice popolazione, si udivano in lontananza le note di un flauto provenire dalla montagna purpurea. E i bambini di Hamelin non tornarono mai più dai loro genitori, taccagni e imbroglioni.